Villeggiatura
Ma era villeggiatura?
Ispirata da un post di "Daniela - una straniera all'estero" sulla sparizione del riso, che consiglio di leggere (l'ho restacckato qui sulla mia pagina), anzi vi consiglio di leggere tutti i post di Daniela, perché sono troppo belli.
Il bellissimo testo di Daniela mi ha riportato alla mente la "villeggiatura" di quando io ero piccola, parlo di settanta anni fa e anche qualcuno in più. Dunque, anni '50.
La mattina d'estate le mamme si alzavano all'alba per preparare il pranzo. Di solito, pasta fredda (prima era calda ma quando poi la mangiavamo era ormai fredda…), oppure zuppa di pane alla toscana (io stavo a Pisa, dunque zuppa pisana) o insalata di riso. C'erano anche le cotolette fritte, il pane, la frutta, l'acqua. Poi i piatti, (non di plastica, che non esisteva ancora, quelli veri), i bicchieri (di vetro), le posate, e i tovaglioli. Il tutto veniva stipato in una grande borsa (normale, perché non c’erano le borse frigo), e verso le 8 si partiva. Le mamme con le borse delle vettovaglie, noi bambini con i secchielli, le palette, le formine e la ciambella.
Direzione comune: stazione del “trammino”. Per i non pisani: il trammino era un piccolo treno elettrico come un tram, bianco e rosso, che da Pisa portava fino al mare, su un binario unico. Siccome era troppo ecologico i pisani lungimiranti hanno pensato bene di abolirlo e di sostituirlo con autobus che intasano e inquinano l'unico bellissimo viale che da Pisa porta al mare…ma questa è una pignoleria, suvvia perdonatemela.
Da casa mia la stazioncina del trammino distava a piedi 15/20 minuti circa.
Il trammino faceva qualche fermata intermedia nella campagna tra San Piero a Grado (dove si trova una meravigliosa basilica romanica costruita in ricordo dello sbarco di San Pietro, poiche' un tempo il mare arrivava fino li'. Andate a visitarla, ne vale la pena) e il mare. Ecco finalmente la pineta di Marina di Pisa, poi Tirrenia, poi il Calambrone. Quel profumo di pineta, di resina, il caldo e il frinire delle cicale era il preannuncio del paradiso... la spiaggia e il mare ci attendevano!
Dopo che il trammino aveva raggiunto Calambrone, invertiva la marcia e tornava a Pisa, semivuoto. La popolazione, che alla partenza si era affollata l'uno sull’altro per salire prima, bambini urlanti, madri sudate con le pesanti borse in mano, e accaparrarsi i posti a sedere, era via via scesa, dopo la fermata di Marina, a seconda della posizione del bagno prescelto. Al Calambrone arrivavano in pochi. Troppi livornesi al Calambrone! Del resto per loro era il mare più vicino e più comodo, perché ai lidi di Livorno ci sono solo scogli. Niente spiagge. Ma pisani e livornesi non si amano molto. Lo so io, che ho fatto il liceo a Livorno.
A metà mattina c'era il rito della prima merenda. Anch'essa veniva portata da casa, di solito un pezzo di focaccia, comprata dal panettiere insieme al pane. Oppure della frutta. Poi cominciava il rito delle trattative per il bagno. Posso fare il bagno? Nooooo, devi aspettare almeno un'ora, hai mangiato la focaccia! Ma io voglio fare il bagno! Devi aspettare... e intanto con questi negoziati si passava allegramente il tempo.
In attesa, i maschi giocavano con le palline di plastica che all'interno avevano le foto dei corridori, e tutti volevano accaparrarsi le palline di Coppi e Bartali, dopo aver preparato una pista, tirando per i piedi il prescelto (di solito il più piccolo) che con il proprio sedere scavava la pista nella sabbia. Oppure giocavano sulle dune, le meravigliose dune di sabbia dove fiorivano i gigli di mare, cresceva il ginepro coccolone, e i tamerici. Oggi le dune non ci sono più, spianate dalle ruspe per costruire gli stabilimenti balneari e i parcheggi. Abbattuti anche i pini che portavano via spazio, neh! E per vietare l'accesso libero alle spiagge, aggiungo.
Le femmine... non me lo ricordo cosa facevano! Eppure io sono femmina, dovrei saperlo! No. Non me lo ricordo. Forse stavamo sotto l'ombrellone con la mamma a pietire il bagno... le prendevamo per sfinimento quelle povere mamme! Erano poche quelle che indossavano il costume da bagno, quasi tutte restavano con le loro vestagliette di cotone leggero, che tiravano su fino alle ginocchia quando venivano a riva a sorvegliare il bagno di noi creature. Il bagno tanto agognato durava poco, con il plotone di mamme che si schierava sulla battigia dando ordini: sei troppo lontano, vieni via, attento alle buche, basta, e' troppo tempo che sei nell'acqua... Non esistevano le creme solari, ne' si parlava di protezione. I primi giorni eravamo bianchi come la neve, poi rossi come il fuoco, e la sera le mamme per attenuare il bruciore delle scottature solari ci massaggiavano con una emulsione casalinga di olio d'oliva e acqua. Solo verso la fine della "villeggiatura" eravamo finalmente abbronzati. Unica protezione il cappello, che perdevamo regolarmente. Soprattutto perché non ci piaceva metterlo.
All’ora di pranzo le mamme apparecchiavano i tavolini messi a disposizione dallo stabilimento balneare e si pranzava tutti insieme, tutti alla stessa ora, tutti mangiando pressoché le stesse cose. Dopo pranzo le mamme andavano all’apposito lavatoio per lavare le stoviglie, strusciandole con la sabbia per togliere l'unto, mentre noi bambini cominciavamo le nostre litanie: mi compri il ghiacciolo? Mi compri il lecca lecca, che da noi si chiamava ciucciamelo (con l'accento sulla e)? Posso fare il bagno?
Il bagno??? Per il bagno bisognava aspettare almeno tre ore dal pranzo. I babbi si suppone fossero al lavoro, a parte la domenica, che c’erano anche loro. Meno il mio che non amava il mare.
Dopo il bagno era l'ora della seconda merenda, anche quella portata da casa.
Verso le 17 si riavvolgeva il nastro: le mamme rimettevano dentro le borse tutte le stoviglie che poi a casa avrebbero lavato ben bene, ed eventuali avanzi. Chiamavano i bambini, che non volevano saperne di rivestirsi per tornare a casa, e dopo 4 o 5 appelli passavano alle maniere forti... Così si ricompattava la guarnigione delle mamme sfinite e dei bambini stravolti, e si guadagnava la stazione di pertinenza del trammino. Molti dormivano sulla via del ritorno, mamme comprese. Ma una volta arrivati a Pisa ci aspettava ancora un ultimo sforzo: chi a piedi, chi con l'autobus, si doveva tornare a casa.
L'indomani si ricominciava da capo.


Leggendoti mi sono venute in mente le domeniche che trascorrevamo a Sabaudia, vicino a Circeo. Partivamo da Roma. Mio padre non amava il mare di Ostia ("E' una fogna" cit.) Quindi la sera prima, con mia madre, preparavano tutto il cibo da portare per quell'evento. Non ho mai capito perché mangiassimo di più in quel giorno che in tutti gli altri nonostante la comodità della cucina e frigo a disposizione in casa. Ma non erano solo gli alimenti. Papà voleva la comodità. Quindi ci caricavamo anche delle seggiole e tavolo apribili, un paio di ombrelloni, frigo portatile con dentro le "mattonelle di plastica ghiacciate". Carichi come muli, io e mio fratello (10 e 12 anni), assieme a nostro padre, camminavamo sulle dune di sabbia dopo essere scesi da una scalinata ripida. Immancabile la pizza al taglio con il pomodoro presa dal fornaio di zona. Restavamo tutto il giorno, cena inclusa e infine lo spettacolo di fine giornata: al tramonto, la spiaggia semideserta diventava il luogo perfetto per le passeggiate a cavallo sul bagnasciuga. Assistevamo a quel rito proco prima di partire per tornare a Roma.
Bellissimo racconto, davvero bellissimo! E quanta nostalgia mi ha suscitato...